Il Trionfo del Volo

di Leonardo Cardini

Se vi aspettate un’appassionata disamina del Festival della Canzone italiana avete sbagliato, miei cari, poiché nelle scorse settimane i riflettori del mondo sono stati puntati non su una dolce ed amena cittadina ligure, bensì sulla sfarzosa plutocrazia cinematografica del Kodak Theatre di Los Angeles: benvenuti all’ottantasettesima Notte degli Oscar. Sin dalla metà di gennaio è stata resa nota al pubblico la rosa dei candidati alla preziosa statuetta, ed è subito saltata agli occhi l’intenzione dell’Academy di voler premiare un cinema dalla vocazione decisamente indipendente: ne sono la dimostrazione pellicole come Birdman, di Alejandro G. Inàrritu, fervente critica al nascente genere del “cinefumetto” e profonda riflessione sull’essere attore; Whiplash, di Damien Chazelle, dramma jazzistico tanto terrificante quanto emozionante; l’esperimento cinematografico chiamato Boyhood, la comunissima storia di un ragazzo e della sua famiglia attraverso ben 12 anni di riprese che mostrano la crescita degli attori e dell’ambiente che li circonda, diretto con maestria da Richard Linklater; senza dimenticare quel gioiello dal sapore europeo di Grand Budapest Hotel, per la regia di Wes Anderson, scoppiettante e rocambolesca commedia d’altri tempi dai colori pastello, valso alla nostra storica costumista Milena Canonero, il quarto Oscar della sua carriera, già iridata 39 anni fa, quando vinse la statuetta per i costumi della magistrale pellicola di Stanley Kubrick, Barry Lyndon. Ma è stato anche il trionfo, seppur meno conclamato, delle “storie vere”, in quanto metà dei candidati a Miglior Film risultavano tratti da episodi di vita vissuta: si va dalle meno conosciute come quella di Chris Kyle e Alan Turing, rispettivamente infallibile cecchino e geniale matematico, nei film American Sniper e The Imitation Game, alla narrazione delle vite di eroi dei nostri tempi, vale a dire Martin Luther King, la cui marcia di protesta a Selma, Alabama, è narrata nella pellicola che porta il nome della cittadina, e il geniale Stephen Hawking, interpretato magistralmente da Eddie Redmayne ne La Teoria del tutto, che infatti ha conquistato la statuetta a Miglior attore protagonista. Ma veniamo all’evento. Alle 6.10 del mattino, ora italiana, ho tentato di prendere sonno dopo sette ore di estenuante ma emozionante diretta televisiva, ma gli orecchi risuonavano ancora delle urla di rabbia di JK Simmons in Whiplash, premiato come attore non protagonista, il cuore era toccato dalla tecnica di Grand Budapest Hotel, dall’orgoglio femminista di Patricia Arquette nel ritirare la statuetta alla miglior attrice non protagonista e dal volo ritrovato e trionfale di Michael Keaton (o Birdman?). Perché è stato proprio Birdman ad essere incoronato miglior film, oltre che a trionfare in categorie importantissime, quali fotografia, sceneggiatura originale e regia? Perché Birdman non è soltanto pura recitazione accompagnata da una tecnica di regia sublime, è metacinema, è liberazione, è schiavitù, è la vera storia di Michael Keaton ed Edward Norton: il primo caduto nel dimenticatoio dopo le previsioni di una carriera lanciatissima dovuta alla sua interpretazione di Batman nell’omonimo film di Tim Burton, il secondo diventato ormai una macchietta nell’ambiente cinematografico a causa della pessima reputazione guadagnata sul set. Birdman sono io, Birdman sei tu, quante volte abbiamo alterato la nostra personalità, fingendo di essere qualcuno che non ci appartiene? Quante volte ci siamo sentiti sfruttati? Quante volte ci siamo sentiti odiati, o meglio, non amati? La Notte degli Oscar ha quel non so che di magico e di epocale, nonostante sia una tradizione annuale da quasi un secolo, è capace di imprimere negli occhi di chi la segue il particolare luccichio dorato dell’emozione, ed è banale definirlo un semplice spettacolo perché si rivivono emozioni che lasciano il segno ed insegnano: impariamo a lottare per gli ideali, come Martin Luther King, a mettere a frutto il talento nonostante le difficoltà come Stephen Hawking e Alan Turing, ad andare dritti al bersaglio compiendo scelte difficilissime, come Chris Kyle in American Sniper, a vivere intensamente l’esistenza sia attraverso storie rocambolesche e sconquassate come quelle narrate in Grand Budapest Hotel sia attraverso frammenti di vita vissuta come Boyhood ci ha mostrato. Il ritmo della vita può accelerare e decelerare in un attimo: sul nostro percorso incontreremo sicuramente qualcuno a sbarrarci la strada, impedendoci di passare con tutte le sue forze, ma siamo noi a scandire i tempi della nostra esistenza, come il batterista interpretato da Miles Teller in Whiplash, e se proprio ci dovessimo trovare sommersi dalle difficoltà e dai problemi, siano essi provocati da agenti esterni o propri della nostra natura tormentata, niente paura: basta solo spiccare il volo.

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