La scuola, un’utopia per camminare

Non ho il coraggio di dire che un altro anno scolastico sta per essere consegnato agli archivi e agli atti; non ho abbastanza faccia tosta per affermare che stiamo per entrare in una lunga estate di vacanze, di tranquilli pomeriggi senza ansie da interrogazione di latino o da compito di matematica del giorno dopo; un’estate per ricaricarsi e per dimenticare tanto di quanto già fatto e più o meno studiato, per recuperare eventuali lacune o carenze. Non lo dirò, vi dicevo, perché potrebbe apparire provocatorio per chi, tra meno di un mese, si troverà tra le mani le tracce dei temi della maturità e quelle con problemi e quesiti della temutissima seconda prova. State tranquilli, andrà tutto come al solito: i temi non rispetteranno in alcun modo le anticipazioni e le certezze scaturite dall’attenta lettura dei fondi di caffè saranno puntualmente smentite; non confidate troppo nelle voci di corridoio o nelle parole degli esperti, scongelati ogni anno alla vigilia degli esami e rimessi in soffitta con menzione di demerito fino all’anno successivo per aver completamente sbagliato ogni cosa possibile. Lasciateli stare, ci prendono meno del Mago Otelma e delle previsioni meteo indonesiane; se vi spacciano Dante, probabilmente vi troverete tra le mani un estratto di Garcia Lorca, se lanciano Verga dovrete affrontare Magris. O forse questo no: era un jolly, giocato sulla ruota dell’anno passato. Non posso esimermi anche da un piccolo cenno al compito di matematica: ah, se non lo facessi… Svolgendo quel compito rivedrete il vostro giudizio sulla matematica: non perché smetterete di odiarla (la maggior parte) o di apprezzarla (no, amarla non lo dico, forse è troppo anche per me), ma perché archivierete il binomio che associa da sempre la matematica all’assenza di fantasia. Tra fili spezzati e poi ricomposti in modo improbabile, aiuole che cambiano forma e volume, funzioni goniometriche dal periodo inumano, storielle su scacchi e chicchi di grano, pavimenti a forma di frattale, derivate centoventesime e permutazioni semplici, composte e ribattute, troverete una miniera di motivi per invocare l’intervento divino.

Maggio, dunque, e poi subito Giugno a rotolare implacabile: cala il sipario su questo anno ed è il momento di guardare noi stessi, il percorso compiuto e quello ancora da compiere. E’ il momento di un bilancio: nulla di impegnativo, state pur tranquilli miei cari (pochi) lettori, ma non posso non scrivere qualche riga su un anno vissuto intensamente, certamente faticato ma pieno e colorato. Strana sensazione quella di tornare nel “mio liceo” in questo ruolo; forse è una visione romantica, ma anche un matematico può ricordarsi di avere un’anima e un cuore: non illudetevi, capita molto di rado, però sappiate cogliere al volo questi momenti di abbassamento della guardia.

L’ho trovato quasi identico a come lo ricordavo: le stesse pareti dal colore impresentabile, le stesse persiane dall’equilibrio incerto, gli stessi odori (odori!?). Nell’arco di questi mesi molte cose sono cambiate. Ho vissuto una straordinaria assemblea in cui le aule hanno acquistato dinamicità e, grazie a una organizzazione impeccabile e a un corpo studenti entusiasta e partecipe, abbandonato la tristezza del marroncino usurato per arrivare alla vitalità del pastello; ho potuto vivere – seppur non direttamente – una assemblea di Istituto di solidarietà che ha colpito nel segno e lasciato in ciascuno una traccia indelebile: non solo per i dolcetti e per le magliette, per i banchetti di abbracci e di qualche schiaffo formativo e solidale ma per lo spirito che ha animato tutti e che ha reso la giornata di grande impatto. Non dirò della festa ultima: non ne parlerò, perché nuovamente è caduta in un giorno in cui non mi è stato possibile essere presente e – a vedere i video – non posso nascondere una punta di bonaria invidia per chi ha partecipato…

Ma l’esperienza Galilei significa ancor di più: ha significato toccare con mano la voglia di protagonismo di tante ragazze e ragazzi che conoscono il colore vivo dell’impegno, non si rassegnano ai luoghi comuni e dimostrano che quelli sono sbagliati perché cadono nel solito errore di banalizzare ciò che è complesso, hanno ben capito – parafrasando un passaggio de I Miserabili – come non basti cantare la Carmagnola per cambiare davvero il proprio ambiente e la società ma sia necessario affidarsi semmai alla forza dirompente della Marsigliese. C’è e si nota una presa di coscienza incoraggiante che fa della responsabilità un elemento nuovamente centrale, dopo tanti anni in cui questa è sembrata soccombere rispetto allo Zeitgeist. La vita galileina mi ha convinto ancor di più di come sia davvero possibile fare della scuola un luogo di crescita collettiva e individuale, di incontro e di cittadinanza.

Intendiamoci, non sono stati mesi semplici: ci sono stati momenti di scoramento, di stanchezza, di fatica; non sono mancate amarezze e delusioni, fisiologiche in ogni luogo e in ogni contesto, superate nell’arco di poco tempo trovando anzi un rinnovato slancio e una ritrovata fiducia. Chi di noi non è stato mai sfiorato dall’idea di lasciar perdere, di rinunciare di fronte a difficoltà e imprevisti; per fortuna quella tentazione non ha avuto la meglio. La scintilla che mi portò a studiare e approfondire quella materia dai sentimenti forti, per provare a superare alcuni formalismi scolastici che reputavo e continuo a reputare ridondanti, per costruire un altro tipo di rapporto tra docente e discente – in un clima costruttivo e collaborativo che senza dubbio facilita la crescita individuale e collettiva – senza per questo mettere in discussione ruolo e funzione di ciascuno, per contribuire ad archiviare definitivamente ogni traccia di confusione nel dibattito mai chiuso del tutto tra autorità e autorevolezza, per far uscire la cultura matematica dal ghetto dell’esercizio in cui troppo spesso la confiniamo, ha resistito alle piccole intemperie quotidiane.

Un vecchio canto navajo invita a ricordare quel che si è visto e vissuto “perché quel che si dimentica torna a volare nel vento” ma è inevitabile che la nostra memoria selezioni e scelga quel che ricordare e quel che tenere stretto con sé nell’anima. Accade sempre così, ogni volta che volgiamo lo sguardo a un tempo andato, a un capitolo della nostra vita che sembra volgere al termine: ci guardiamo dentro e cerchiamo di comprendere come siamo diventati e quanto il corso degli eventi e della storia, le persone incontrate e le delusioni avute ci abbiano cambiato. Non c’è malinconia in queste parole, semmai la consapevolezza di aver avuto la fortuna di incontrare e conoscere persone straordinarie che – in qualche modo – sono sicuro rimarranno nel corso della vita. Di questi mesi porterò con me tanti frammenti: i pomeriggi passati alla ricerca di uno slogan pubblicitario per arrivare alla lampadina, l’incomprensibile relazione su logica matematica e diritto al convegno su Matematica e Democrazia, i compiti in classe scritti alle due di notte in cui compaiono animali sospesi su corde traballanti, il gruppo di lavoro creato per l’avventura sito internet – davvero irripetibile – e le corse contro il tempo per rispettare tutte le scadenze, i volantini costruiti dal nulla e le spille con l’atomo multicolore, gli Open Day e la scelta di una adeguata musica di sottofondo, l’ironia sul Boria Sans (non lo sapevate di questo nuovo font, eh!?), le luci della sera a Praga e i riflessi tremanti della città sulla Moldava, le parole di Brecht “a questo mondo niente rimane uguale, la notte più lunga eterna non è ”, i suoi battelli presi ma anche persi, l’ospitale, instancabile, irrinunciabile Stanja – sergente di ferro dai modi quasi sovietici – e le magnifiche prove di resistenza fisica a cui ci ha sottoposto.

Ma – come dicevo – soprattutto rimarranno le persone che ho incontrato e conosciuto, quelle con cui ho avuto la fortuna di collaborare, di scambiare idee e opinioni, con cui ho condiviso delusioni e soddisfazioni, sorrisi e caffè, speranze e ironie, barrette di cioccolata e constatazioni, confidenze e cornetti alla crema.

Forse ha ragione chi dice che la mia visione della scuola sconta un elemento utopico, probabilmente è vero che con il tempo a prevalere sono la disillusione e l’autoconservazione, che alla lunga vince la routine e l’entusiasmo scema, che la sensibilità non aiuta nella quotidianità della classe e anzi può essere un limite in determinati contesti. Forse è vero ma oggi ci tengo ad essere fedele allo slancio ideale di quel riservato studente dal carattere un po’ spigoloso che scelse matematica proprio per fare l’insegnante.

Le ho toccate con mano le stanchezze della scuola, le sue difficoltà in un contesto storico e sociale in continua e repentina evoluzione, i suoi limiti strutturali in una società spesso piegata dalla paura e dall’incertezza. Sarà certamente utopia, la mia, ma come scrisse Eduardo Galeano, “Lei è all’orizzonte. […] Mi avvicino di due passi, lei si allontana di due passi. Cammino per dieci passi e l’orizzonte si sposta di dieci passi più in là. Per quanto io cammini, non la raggiungerò mai. A cosa serve l’utopia? Serve proprio a questo: a camminare”.

Prof. Francesco Boria

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