Cinque giorni nella città dai mille volti: Berlino

Il cielo sopra berlino è terso e luminoso quando l’aereo inizia la fase di atterraggio in tardo pomeriggio. I miei compagni scherzarono ad alta voce, qualcuno protesta debolmente contro chi lo ha appena svegliato, ma viene immediatamente colto dall’euforia che lo accompagnerà per tutta la gita, la tanto attesa gita di quinto. Io mi sgranchisco le gambe, mi avvicino all’oblò e mi godo il paesaggio sottostante.

Le luci della città si avvicinano veloci, le strade, le abitazioni, i monumenti e i parchi emergono dalla trama indefinita e tutta via omogenea che compone il tessuto urbano.
È questa la magia di Berlino, la spontaneità con cui la storia si fonde con la modernità dando vita ad un centro culturale ben consapevole delle proprie radici, e tuttavia in costante movimento. Ce lo ricordano i ciclisti che sfrecciano per strada con i loro campanelli, pronti a squillare se qualcuno di noi si attarda sulla pista ciclabile per ammirare la maestosa porta di Brandeburgo o l’imponente Bundestag.
Con i nasi all’insù, ci aggiriamo per una città che cattura lo sguardo spingendolo sempre più in alto, dalla cupola del Reichstag, sede del Parlamento dal 1992, che si erge in lontananza, alla vertiginosa Fernsehturm, torre della televisione, ad Alexanderplatz, passando per i numerosi grattaceli specchiati che fanno di Berlino una città avveneristica dal doppio volto. I coloratissimi murales che decorano la East Side Gallery, una porzione dell’antico muro che si estende per 1,3 km e fungeva da divisorio tra la zona est e quella ovest, o il vivace mercatino della Berlino ovest contrastano con il grigio cemento dei blocchi i che compongono il monumento alle vittime dell’Olocauto.
Nella piazza aleggia infatti un silenzio carico di rispetto e di raccoglimento, che ci induce a rallentare il passo e a smarrirci tra gli alti monoliti, chiedendoci se la loro imponenza rifletta un’umanità decisa a risollevarsi senza lasciarsi schiacciare dal peso dei propri errori. Ma i momenti di stasi hanno vita breve in questa città dinamica, ed eccoci infatti di nuovo in movimento guidati dagli inconfondibili omini tipici dei semafori della Berlino orientale, gli Ampelmann. Raggiungiamo Potsdamer Platz che, con la sua struttura di vetro ed acciaio, realizzata sotto la supervisione dell’architetto italiano Renzo piano, evidenzia il contrasto con l’altare di Pergamo, la massiccia e spettacolare struttura marmorea esposta nel museo omonimo. Le coinvolgenti vicende delle divinità dell’Olimpo, come la Gigantomachia -la guerra guidata da Zeus contro i giganti- ci riportano indietro nel tempo, finché Il cuore pulsante di Berlino ci richiama per le strade trafficate eppure pulitissime della capitale.
Il tempo passa velocemente, come ci ricorda il Weltzeituhr, l’orologio gigante posto in un punto nevralgico della città, Alexanderplatz, che indica le ore in tutto il mondo, e giunge per noi l’ora di tornare a casa. Ci allontaniamo malinconici dalla piazza, che sebbene non innevata, rievoca le parole del cantautore Franco Battiato “Alexander Platz, auf Wiedersehen”!

Anita Morichetti

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