Arte e Vita: due facce della stessa medaglia.

di Giorgia Torchio

“La sera e i notturni dagli Egizi al Novecento” è un ampio progetto espositivo realizzato dal critico d’arte Marco Goldin per la città di Vicenza. Si tratta di una mostra che sarà possibile visitare fino al 2 giugno 2015 presso la Basilica Palladiana, l’autentico salotto della città. E’ l’occasione per poter comprendere come l’arte sia, attraverso delle immagini, il racconto di una vita che regala momenti di grande frustazione così come momenti di grande gioia. Il progetto di questa mostra nasce a partire da questo: dal contatto con la vita, dal bisogno di raccontare qualcosa che è accaduto. Non è quindi casuale la scelta del tema della notte, il cui spazio raccoglie ogni dettaglio dell’esperienza dell’uomo per poi farlo precipitare in un’intensa atmosfera, dove partecipano corpo e anima. L’esposizione è composta da 115 opere, provenienti da musei di tutto il mondo e divise in sei sezioni tematiche. La prima parte è interamente dedicata alla concezione della notte che avevano gli antichi Egizi. Viene quindi intesa in senso figurato, come cammino nell’oscurità di un dopo morte che invece si illumina con la resistenza delle immagini della vita. Questa sezione è caratterizzata dall’esposizione di vari oggetti che sanno rievocare la grandezza di questa civiltà: dai ritratti del Fayum alle teste scolpite in pietra, dalle maschere funebri ai gioielli e ai giochi dei bambini. Si procede poi con le altre cinque sezioni, appartenenti a secoli più moderni, nei quali prevalgono la pittura e l’incisione. Qui la notte viene vissuta in modo strettamente psicologico, come un’occasione per effettuare forti dichiarazioni di fronte all’immenso o alla brevità dei giorni. Per far vivere questa sensazione è stata scelta la tematizzazione, così da consentire l’accostamento di pittori che, pur a secoli di distanza, avevano tratteggiato una stessa immagine. Nella seconda parte  è possibile trovare il racconto della vita di Cristo, nei momenti in cui essa è ambientata nella sera e nella notte, grazie ad opere che spaziano dal Quattrocento fino ad arrivare al Novecento, da Giorgione e Tiziano a Lopez Garcià, da Veronese a Palma il Vecchio, da Caravaggio a Zurbàran, solo per citarne alcuni. Poi si ha la terza parte, che si concentra brevemente sull’arte dell’incisione, per passare successivamente alla quarta stanza, dedicata alla pittura ottocentesca. Protagonisti sono qui Friedrich e Turner, artisti che raggiungono la massima espressione del gusto romantico, proprio dell’epoca, attraverso la realizzazione del sentimento notturno nelle loro opere. Interessante è poi osservare come lo stesso argomento venga trattato da artisti americani di straordinario talento, da Allston a Cole, da Church a Lane. Fino a Winslow Homer, posto a fianco del suo maggior successore novecentesco, Andrew Wyeth, con il quale si fuoriesce dalla pittura romantica. Altrettanto affascinante è la quinta sezione della mostra che è dedicata al secondo Novecento. Da Rothko a Noland a Morris Louis in America, fino a De Staël in Europa, si vuole evidenziare la portata psicologica e fortemente introspettiva della notte. Questo tema è ripreso con maggiore intensità nell’ultima sala, la quale dà il senso finale dell’esposizione, legandolo alla storia dell’uomo dentro le luci serali e notturne. Particolarmente significativi sono il “Narciso” di Caravaggio, che riproduce il riflesso di un moto interiore, e il “Sentiero di notte in Provenza” di Vincent Van Gogh, il quale chiude la mostra come immagine del destino. Con l’allestimento di questa mostra, Goldin ha voluto raccontare la perdita del padre proprio con l’utilizzo dei suggestivi colori della notte, della luce crepuscolare, chiamando così a sé tanti artisti diversi che nella notte si erano perduti, dipingendo. Ha così realizzato una storia che pone al suo centro la sublime dilatazione dello spazio e il perdersi dell’uomo in esso.

Rock in Roma, rock per Terni… e rock addosso.

di Arianna Ferrotti

Incredibile, ma vero: non esiste solo Milano per i concerti di grandi artisti italiani e internazionali! C’è anche il “Rock in Rome”.
Questa  manifestazione musicale si svolge annualmente nei mesi di Giugno, Luglio e Agosto, solitamente all’Ippodromo delle Capannelle,  a Roma per l’appunto. Grazie alle scenografie, la programmazione e un cast che attira circa 300mila spettatori ogni anno, si è confermata come “best major festival” in Italia e come il sogno estivo di moltissimi appassionati di musica, a partire dai più giovani, che spesso si trovano con l’imbarazzo della scelta fra i brand new artists e fra i generi più disparati –alternative indie, techno, rap, elettronica e classical pop- , per finire con i veterani del rock, la cui scelta ricadrà molto probabilmente su artisti storici come i Metallica (e che scelta!).
Di fatto, il Rock in Rome, partito nel 2002 con sole due date, poteva già contare alla sua quinta edizione artisti di gran portata come Battiato, Silvestri e gli Afterhours, per quanto riguarda il panorama italiano, e i Massive Attack per quello internazionale. Negli anni seguenti le date, come il pubblico, sono andate moltiplicandosi, presentando sempre più varietà e spettacolarità, basti pensare ai Subsonica, Caparezza, De Gregori, i Negrita, così come The Killers, Franz Ferdinand, Dream Theater, Placebo, Motorhead, The Cranberries, Green Day + All Time Low, Sigur Ròs, Deep Purple, Bruce Springsteen, Mark Knoplfer, Queens of the Stone Age, Avenged Sevenfold, Thirty Seconds to Mars, The Black Keys e moltissimi altri,  per un massimo di 28 date nel 2012.
E per quest’anno è ancora tutto da definire, nonostante sia già clamoroso per quanto si prospetta: Alt-J, Slipknot, Slash, Mumford & Sons, Stromae, Verdena, Muse, Lenny Kravitz, Linkin Park…
Ci precipiteremo tutti a comprare i biglietti. Perché senza esitazioni? Perché è rimasta nel cuore e nella mente quella “soundtrack” che era così tua – anche se l’album aveva venduto milioni di copie – e ti è esplosa nel corpo quando il tuo autore (tuo, perché la musica ti costruisce un po’) ha fatto il suo ingresso. Ad ogni prima nota eri già da un’altra parte e quelle successive non riuscivano a fermarsi alle orecchie, scivolavano per tutto il corpo: ti hanno fatto piangere, saltare e abbracciare perché, se prima ne eri un po’ geloso, al concerto non potevi.
Lì la “soundtrack” è di un film comune, lì anche la singola nota in fondo è un accordo. Per questo molti di noi tengono già nella tasca interna del giubbotto il loro biglietto …
Caro Rock in Roma, grazie di non farci fare dodici ore di pullman per raggiungere Milano e sentire sulla pelle le nostre soundtrack preferite! Grazie perché è bello aspettare l’estate così.

7 Minuti – Recensione

di Alessandro Caselli

Uno spettacolo toccante, graffiante e coinvolgente: questo è “7 minuti”. La regia di Alessandro Gassman propone al pubblico uno spettacolo con una tematica molto attuale: la precarietà del lavoro. In una fabbrica francese undici operaie si trovano di fronte ad una scelta: rinunciare a sette minuti del loro intervallo lavorativo giornaliero o rischiare di perdere il loro posto di lavoro. Queste operaie, con le loro differenti personalità, ci raccontano le paure per il loro futuro, la rabbia che situazioni di precarietà lavorative possono scatenare, le angosce di chi vive nel delicato mondo della precarietà. Bianca, la protagonista dello spettacolo interpretata da Ottavia Piccolo, tenta e persevera nel far capire alle altre operaie il fine ultimo di questa proposta, quello di lavorare sette minuti in più ogni giorno senza ottenere nulla in cambio. Il finale aperto lascia gli spettatori dubbiosi sulle sorti delle operaie. Con questo spettacolo il teatro può davvero essere luogo di riflessione, senza mai rinunciare alle emozioni: questo è “7 minuti”.

 

Le tre età – un titolo lungo quattrocento anni

di Claudia Mazzocchi

Tiziano Vecellio e Gustav Klimt, Rinascimento e Secessione Austriaca.  Quasi quattrocento anni separano le allegorie su tema amoroso del tonalista veneziano ed il mondo al femminile del pittore viennese.
Quattrocento anni, eppure entrambi propongono contrasti di immagini tali che la differenza fra “Amor sacro” e “Amor profano” in Tiziano è pari al distacco fra vita e morte presente nelle tele klimtiane.

E quasi si può paragonarli direttamente questi due artisti, osservando lʼaffinità tematica di due opere ad olio su tela che conserviamo ad ormai 500 e 110 anni di distanza dalla loro realizzazione, rispettivamente “Le tre età dellʼuomo” di Tiziano Vecellio e “Le tre età della donna” di Gustav Klimt.

Meravigliante, la somiglianza dei due titoli abbatte ogni barriera temporale:  la ciclicità della vita e le sue fasi rimangono invariate nel tempo, costanti certezze in unʼesistenza che è totalmente immersa nella variabilità, che è frutto di storia, circostanze, cultura. Sì, perchè non cʼè nulla di più assoluto nella vita dellʼuomo della vita stessa, della nascita e della morte, che tu viva adesso, qui o da unʼaltra parte.

In che modo allora le tre età vengono percepite a distanza di tempo? Eʼ impressionante quanto in fondo ci sia affinità di visione sul tema della vita e della sua fugacità.
La distinzione fra giovinezza e vecchiaia è netta in entrambe le opere, ma le due condizioni – per quanto distinte – sono abbastanza vicine e legate da un rapporto di consequenzialità tale da evidenziare la velocità dellʼinevitabile passaggio dallʼuna allʼaltra fase della vita.

La figura dellʼanziano occupa in entrambe le tele una posizione marginale, isolata dai rapporti intensi che invece intercorrono fra le altre figure, una madre che abbraccia sua figlia, due giovani amanti, due bambini vegliati da Amore.

Fondamentale per lʼesistenza dellʼuomo è la relazione con lʼaltro, che si perde al sopraggiungere della terza fase della vita, quella della vecchiaia, le cui allegorie evidenziano la riflessione come conseguenza della solitudine. Riflessione e rimpianto per ciò che non si è fatto, ma anche ricordo nostalgico di ciò che invece si è fatto, troppo breve per viverlo e apprezzarlo nello stesso momento, perchè troppo spesso riconosciamo i momenti felici solo a distanza di tempo.
In Klimt è evidente questa sensazione di impotenza: la donna di sinistra è raffigurata con un realismo che la caratterizza e la categorizza in quanto anziana, mentre le figure di destra sono idealizzate, come del resto quelle di Tiziano, a simboleggiare le infinite possibilità di metamorfosi di cui ancora dispongono.

Le figure giovanili sono dunque ideali, mai sole; in Klimt è la maternità a fare da ponte fra fanciullezza ed età adulta, mentre in Tiziano è lʼamore spirituale, immateriale come la musica del flauto suonato dalla ragazza. Lʼidea della giovinezza è quindi quella di unʼetà di rapporti, relazioni, confronto e trasformazione; durante le prime due fasi della vita si può guardare avanti e sognare, in seguito ci è concesso solo di ricordare.

Sta a noi decidere quale strada intraprendere, quali rapporti coltivare e quali evitare, tenendo ben presente che alla fine dovremo poterci voltare indietro con serenità, senza rimpianti. Non dovremmo rimanere soli.
E’ la solitudine ciò di cui abbiamo più paura:  a volte la cerchiamo, anche con un poʼ di presunzione, ma quando poi ci sentiamo davvero soli e abbadonati, quando non cʼè nessuno con cui condividere la propria vita e i propri ricordi,  non vorremmo averla mai desiderata. Non parlo di solitudine in senso fisico, ormai puoi parlare con chiunque in qualsiasi parte del mondo a qualsiasi ora; il punto è: di cosa parlo con gli altri? Cʼè qualcuno che davvero considero amico, che è capace di ascoltarmi?  Mi sento sola se, come le anziane figure delle due tele, non posso apprezzare le mie esperienze con qualcuno, in quanto sono lʼunica a ricordarle, perchè non ho avuto lʼaccortezza di condividerle con altri.

E noi, oggi, come potremmo rappresentare “le tre età”? Potremmo percepire lo scorrere della vita in modo diverso o forse in fondo la nostra esistenza sarà sempre scandita allo stesso modo?

Aspettando Domani

di Giulia Desantis e Alexandra Popescu

La prima giornata si è conclusa. I muri delle palestre sono pronti per la realizzazione dei murales, i pannelli nelle classi sono quasi terminati, il montaggio di foto e video procede molto velocemente così come l’elaborazione di articoli ed interviste.

Questa mattina i ragazzi non hanno perso tempo, nelle aule hanno iniziato subito i lavori, in palestra alle 9,00 era già pronto tutto l’occorrente: giornali sul pavimento, cartavetrata, stucco, pennelli ed infine la vernice. La prima fase, non certo facile, è consistita nel rimuovere tutto il colore marrone dalle pareti che sono state ridipinte di grigio, alzando di circa 5 cm lo zoccolo preesistente. Durante la mattinata è stata passata la prima mano di vernice, successivamente da alcuni ragazzi che sono rientrati durante il pomeriggio è stato steso il secondo strato.

Ogni gruppo classe ha creato un pannello, che verrà poi appeso nell’aula dove è stato realizzato, con diversi temi che variano a seconda del piano: le classi del piano terra hanno scelto il tema della natura, quelle del primo piano forme astratte e quelle del secondo piano lo skyline. Ogni gruppo di lavoro ha dato una diversa interpretazione del tema basandosi sulle idee e sulle competenze degli alunni; molti dei pannelli sono a buon punto e verranno conclusi nelle prime ore della mattinata di domani: al termine una commissione presieduta dalla Dirigente Scolastica sceglierà e premierà i lavori migliori.

I ragazzi che non hanno partecipato alla realizzazione dei pannelli o ai lavori in palestra si sono impegnati a documentare l’evento tramite foto, video, interviste, articoli e post sui social network. I corridoi dell’istituto erano pieni di studenti che scattavano foto e giravano video, “giornalisti” che intervistavano i professori o altri alunni. Nelle ore finali della giornata è iniziato il montaggio dei video e la preparazione delle domande per le interviste già programmate per domani.

La maggior parte degli studenti si è impegnata moltissimo nello svolgere le attività; le ore sono trascorse molto velocemente tra risate e momenti seri e costruttivi. Dopo una stancante ma, allo stesso tempo, divertente giornata gli alunni del Galilei sono pronti a continuare i lavori con il medesimo entusiasmo.

L’ “Expo” ha inizio

Giulia Desantis e Alexandra Popescu Ha avuto finalmente inizio l’evento tanto atteso da noi studenti del Liceo Galilei: “Galilei Expo”. I ragazzi sono stati divisi in vari team a seconda del tipo di lavoro svolto: rimessa a nuovo della palestra, creazione di murales e di pannelli decorativi, di grafica, multimedia o se si occupano della creazione di un totem. Le aspettative per le giornate del 29 e 30 aprile sono molto alte, in quanto molti degli studenti hanno già partecipato all’assemblea organizzata dai rappresentanti d’istituto nell’anno scolastico 2012-2013, che ha lasciato un segno in tutti. L’ ” Up to Us”, durante la quale gli studenti hanno ridipinto le aule, ha dato degli ottimi risultati grazie alla buona organizzazione ma anche grazie alla passione dei ragazzi che hanno svolto un lavoro straordinario, ridando vita agli ambienti con colori vivaci come il verde, l’azzurro e il viola. Il lavoro è stato sostenuto dal Comune e dalla Provincia, sono usciti numerosi articoli di cronaca sui quotidiani regionali, i ragazzi del Galilei ora non sono conosciuti solo come ottimi studenti ma anche come ragazzi pronti ad impegnarsi per migliorare la propria scuola. successivamente l’idea è stata ripresa da altri istituti. Questa assemblea presenta tutti i presupposti per essere altrettanto conosciuta e ben realizzata: già nella giornata di ieri è uscito un comunicato stampa a presentazione dell’iniziativa su due quotidiani regionali, i rappresentanti degli studenti hanno avuto delle ottime idee, i ragazzi che coordinano i vari team hanno svolto un grande lavoro di organizzazione, gli alunni si sono impegnati in tutti gli ambiti. Dall’ headquarter è tutto, vi terremo aggiornati. L’assemblea ha inizio.

A cosa pensi mentre uccidi

di Eleonora Tarani

Un uomo che sta per essere decapitato cosa pensa l’istante prima di morire? A sua moglie che fa una lasagna da leccarsi i baffi? Alla figlia che a quell’ora starà rientrando da scuola e troverà proprio il suo piatto preferito? A suo figlio che starà tirando i calci ad un pallone mal ridotto, incurante dei richiami materni?

E lui, il boia, che sta per commettere il delitto più grave sulla Terra, a cosa pensa? Penserà alla famiglia dell’uomo a cui sta per togliere la vita? All’atto che sta per compiere? O a cosa mangerà a cena? Cosa c’è nella sua mente mentre uccide, brucia un uomo che non ha colpa se non quella di essere cristiano?

Cosa spinge a tutto ciò? Un mondo che non dà possibilità, che non li capisce, non li aiuta, che li considera diversi per il loro colore di pelle? Allora occorre realizzare che è proprio secondo questa discriminazione che si decide, arbitrariamente, se tagliare la testa ad un uomo.

Perché il razzismo non è solo quello per cui gli Italiani, i Tedeschi, gli Statunitensi e in generale il mondo occidentale hanno invocato unasupremazia della razza! Se in passato sono stati usati i “geni come alibi”, come anche Buiatti diciotto anni fa scriveva, per ridurre il numero delle persone a cui era consentito comandare, oggi c’è chi usaun “gene” della nostra interiorità per bruciare vivi degli uomini, per sentirli invocare pietà, per sentire le loro urla, le loro preghiere strillate al vento o dette sottovoce…

E questo in nome della religione. Ma la religione viene da noi: è una nostra decisione seguire un Dio buono e caritatevole, ed è sempre una nostra decisione rinnegarlo. I recenti fatti di cronaca che riempiono le pagine web, quelle dei giornali e i talk show televisivi – e che sia l’ultimo avvenimento di ieri o quello di alcuni mesi fa non importa –dovrebbero aprirci gli occhi. Abbiamo sbagliato, e pure tanto, in nome della religione, in nome di una visione distorta del compito che Dio ci ha dato su questa terra, in nome di un ideale di difesa ad oltranza della propria patria e della propria cultura. I manuali di storia ne sono la dimostrazione: quante guerre, quante crociate l’uomo ha fatto, quanti uomini sono morti in nome di Dio? Leggendo quelle pagine, da bambini, da adolescenti e perfino da genitori con i vostri figli, non vi siete ripromessi che una cosa del genere non sarebbe più dovuta accadere? Non avete provato un senso di disgusto per quelle persone che dalla storia non hanno imparato niente?

Eppure il messaggio non è arrivato. O almeno non a tutti.

Terni piange

di Luca Carlino
C’è silenzio. Un silenzio straziante e irreale per il centro della movida ternana. In Piazza dell’Olmo si raccolgono firme per dare ufficialità a ciò che è molto più che ufficioso per i frequentatori di queste vie: già per molti è piazza David Raggi. L’atmosfera è taciturna ma inquieta, il grido di giustizia pervade i pensieri dei presenti ma nessuno ha la forza di liberarlo, si resta immobili. Non si parla se non per dare un ultimo saluto al sorriso di David, ingrandito e appeso di fronte al suo locale preferito. Non servono parole, non serve necessariamente specificare il nostro modo di pensare o il nostro orientamento perché sin troppe speculazioni sono state fatte su questo evento tragico per tutta la nostra comunità, troppo inchiostro di agenzie di stampa per dichiarazioni roboanti è stato gettato in queste settimane, con il rischio di lasciare sullo sfondo proprio quanto accaduto. Non possiamo ammettere che questo accada, non possiamo accettare le strumentalizzazioni propagandistiche a cui abbiamo dovuto assistere.David non meritava la morte e non merita di certo le speculazioni a cui abbiamo assistito attoniti. Da esseri umani abbiamo un unico dovere, ricordarlo e stringerci attorno al dolore di quelle persone – i genitori, il fratello, gli amici e tutti i suoi affetti – che credevano di trovarlo sempre al solito posto e che invece lo hanno ritrovato sgozzato per mano di una bestia umana. Una nota pagina Facebook ternana ha pubblicato un post con cui ha provato a distaccarsi dalle polemiche: “riconosciuta la nazionalità dell’assassino: è uno stronzo”. Il concetto è chiaro, ma forse riduttivo, un eufemismo troppo eclatante, perché “stronzo” è colui che non ti concede il suo aiuto, che ti sbeffeggia, che evita di salutarti o ti tratta con sufficienza. Quell’epiteto non è sufficiente per chi uccide il primo ragazzo che incrocia il suo sguardo. Qui c’è di più, si tratta di un evento talmente inconcepibile da essere e apparire disumano, che chiarisce a tutti la crudeltà della vita e la brutalità del fato. Messi di fronte a quest’incubo, i cittadini ternani si sono fermati, hanno pensato a David come al ragazzo della porta accanto, un nostro amico, un fratello, un figlio. E hanno reso onore al ricordo, con la maturità e la dignità di chi non parla ma agisce, di chi è sconcertato da tanta efferatezza ma non si rassegna e risponde riappropriandosi degli stessi luoghi dove si è consumata la tragedia per salutare ancora una volta il suo David.

David aveva 27 anni, studiava Biotecnologie Farmaceutiche, già informatore farmaceutico e volontario del 118, a detta di tutti un ragazzo generoso, simpatico che viveva pienamente la sua città, amava andare a prendere un aperitivo in compagnia degli amici in uno dei locali più noti e frequentati del centro. Avrebbe dovuto avere a disposizione ancora tanti anni di aperitivi in compagnia: anche per questo non va dimenticato.

Chiediamo allora – per ricordare David e onorarne davvero la memoria – posti sicuri dove vivere, chiediamo che ognuno svolga il proprio lavoro con serietà e coscienza, chiediamo che lo Stato riconosca i rischi e attui prevenzione, cercando per quanto possibile di non dover ricorrere alla riparazione. Chiediamo semplicemente di non andare incontro alla morte quando usciamo la sera, quando popoliamo le vie della nostra città, quando prendiamo il nostro aperitivo. Anche noi. Nel nostro locale preferito. In piazza David Raggi.

Il Trionfo del Volo

di Leonardo Cardini

Se vi aspettate un’appassionata disamina del Festival della Canzone italiana avete sbagliato, miei cari, poiché nelle scorse settimane i riflettori del mondo sono stati puntati non su una dolce ed amena cittadina ligure, bensì sulla sfarzosa plutocrazia cinematografica del Kodak Theatre di Los Angeles: benvenuti all’ottantasettesima Notte degli Oscar. Sin dalla metà di gennaio è stata resa nota al pubblico la rosa dei candidati alla preziosa statuetta, ed è subito saltata agli occhi l’intenzione dell’Academy di voler premiare un cinema dalla vocazione decisamente indipendente: ne sono la dimostrazione pellicole come Birdman, di Alejandro G. Inàrritu, fervente critica al nascente genere del “cinefumetto” e profonda riflessione sull’essere attore; Whiplash, di Damien Chazelle, dramma jazzistico tanto terrificante quanto emozionante; l’esperimento cinematografico chiamato Boyhood, la comunissima storia di un ragazzo e della sua famiglia attraverso ben 12 anni di riprese che mostrano la crescita degli attori e dell’ambiente che li circonda, diretto con maestria da Richard Linklater; senza dimenticare quel gioiello dal sapore europeo di Grand Budapest Hotel, per la regia di Wes Anderson, scoppiettante e rocambolesca commedia d’altri tempi dai colori pastello, valso alla nostra storica costumista Milena Canonero, il quarto Oscar della sua carriera, già iridata 39 anni fa, quando vinse la statuetta per i costumi della magistrale pellicola di Stanley Kubrick, Barry Lyndon. Ma è stato anche il trionfo, seppur meno conclamato, delle “storie vere”, in quanto metà dei candidati a Miglior Film risultavano tratti da episodi di vita vissuta: si va dalle meno conosciute come quella di Chris Kyle e Alan Turing, rispettivamente infallibile cecchino e geniale matematico, nei film American Sniper e The Imitation Game, alla narrazione delle vite di eroi dei nostri tempi, vale a dire Martin Luther King, la cui marcia di protesta a Selma, Alabama, è narrata nella pellicola che porta il nome della cittadina, e il geniale Stephen Hawking, interpretato magistralmente da Eddie Redmayne ne La Teoria del tutto, che infatti ha conquistato la statuetta a Miglior attore protagonista. Ma veniamo all’evento. Alle 6.10 del mattino, ora italiana, ho tentato di prendere sonno dopo sette ore di estenuante ma emozionante diretta televisiva, ma gli orecchi risuonavano ancora delle urla di rabbia di JK Simmons in Whiplash, premiato come attore non protagonista, il cuore era toccato dalla tecnica di Grand Budapest Hotel, dall’orgoglio femminista di Patricia Arquette nel ritirare la statuetta alla miglior attrice non protagonista e dal volo ritrovato e trionfale di Michael Keaton (o Birdman?). Perché è stato proprio Birdman ad essere incoronato miglior film, oltre che a trionfare in categorie importantissime, quali fotografia, sceneggiatura originale e regia? Perché Birdman non è soltanto pura recitazione accompagnata da una tecnica di regia sublime, è metacinema, è liberazione, è schiavitù, è la vera storia di Michael Keaton ed Edward Norton: il primo caduto nel dimenticatoio dopo le previsioni di una carriera lanciatissima dovuta alla sua interpretazione di Batman nell’omonimo film di Tim Burton, il secondo diventato ormai una macchietta nell’ambiente cinematografico a causa della pessima reputazione guadagnata sul set. Birdman sono io, Birdman sei tu, quante volte abbiamo alterato la nostra personalità, fingendo di essere qualcuno che non ci appartiene? Quante volte ci siamo sentiti sfruttati? Quante volte ci siamo sentiti odiati, o meglio, non amati? La Notte degli Oscar ha quel non so che di magico e di epocale, nonostante sia una tradizione annuale da quasi un secolo, è capace di imprimere negli occhi di chi la segue il particolare luccichio dorato dell’emozione, ed è banale definirlo un semplice spettacolo perché si rivivono emozioni che lasciano il segno ed insegnano: impariamo a lottare per gli ideali, come Martin Luther King, a mettere a frutto il talento nonostante le difficoltà come Stephen Hawking e Alan Turing, ad andare dritti al bersaglio compiendo scelte difficilissime, come Chris Kyle in American Sniper, a vivere intensamente l’esistenza sia attraverso storie rocambolesche e sconquassate come quelle narrate in Grand Budapest Hotel sia attraverso frammenti di vita vissuta come Boyhood ci ha mostrato. Il ritmo della vita può accelerare e decelerare in un attimo: sul nostro percorso incontreremo sicuramente qualcuno a sbarrarci la strada, impedendoci di passare con tutte le sue forze, ma siamo noi a scandire i tempi della nostra esistenza, come il batterista interpretato da Miles Teller in Whiplash, e se proprio ci dovessimo trovare sommersi dalle difficoltà e dai problemi, siano essi provocati da agenti esterni o propri della nostra natura tormentata, niente paura: basta solo spiccare il volo.

Essere Donna

di Alessandra Popescu

William Shakespeare ha detto: “la donna uscì dalla costola dell’uomo, non dai piedi per essere calpestata, né dalla testa per essere superiore. Ma dal lato per essere uguale, sotto il braccio per essere protetta e accanto al cuore per essere amata”. Più di cinquecento anni fa uno dei più importanti poeti e drammaturghi inglesi affermava che la donna è uguale all’uomo, che deve essere amata e protetta e non considerata inferiore.

Eppure secondo una ricerca condotta dall’EURES, servizio europeo di informazione sulle opportunità di impiego, nel 2013 sono state uccise 179 donne, il 14% di morti in più rispetto al 2012. I numeri aumentano con il passare degli anni tanto che, nel 2006,è stata introdotta nella lingua italiana  la parola “femminicidio”. Il dizionario “il DEVOTO-OLI” riporta come significato del termine “ qualsiasi forma di violenza esercitata sistematicamente sulle donne in nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale, allo scopo di perpetuare la subordinazione e di annientarne l’identità attraverso l’assoggettamento fisico o psicologico fino alla schiavitù o alla morte”. Dunque con il termine femminicidio non si indica solo l’uccisione di una donna ma anche l’annientamento della sua identità, un maltrattamento non solo dal punto di vita fisico ma anche da quello psicologico. Non so dire quale sofferenza sia peggiore: alcuni lividi con il tempo passano ma i traumi psicologici rimangono impressi nella mente per molto tempo. È anche vero che spesso un maltrattamento fisico non comporta solo lividi, conosciamo tutti molto bene la storia della giovane avvocatessa Lucia Annibali, vittima di un agguato con l’acido nell’aprile 2013 organizzato dall’ex fidanzato.

In un’intervista per il “Corriere della sera” ha dichiarato rivolgendosi all’ex fidanzato: “ Voglio dirti – ed è il messaggio per un Luca che non esiste più – che alla fine non l’avrai vinta tu, emergo io perché sono forte e arriverò lontanissimo, tu resterai per sempre indietro”. Questa donna, nonostante tutto quello che ha passato, ha avuto il coraggio di rialzarsi, di andare avanti, di continuare la sua vita. Ed è questo ciò che va fatto; non bisognare pensare che la violenza sia una maniera per manifestare l’amore, e tanto meno la passione. La violenza è violenza, non ci sono scuse, non ci devono essere.

Ma purtroppo, troppo spesso, le donne non denunciano un uomo che le maltratta e forse per paura o per mancanza di coraggio continuano a vivere una vita che non può essere definita tale, una vita fatta di sofferenze e  di dolore, fin quando, in multi casi, sarà troppo tardi.

Non è questo il messaggio che deve passare alle generazioni successive, noi abbiamo bisogno di esempi di donne forti, donne che hanno combattuto per essere libere perché, come affermava la scrittrice Oriana Fallaci, “essere donna è così affascinante. É un’avventura che richiede un tale coraggio, una sfida che non annoia mai.”

Cento giorni di paura e nostalgia

di Riccardo Scorsolini

Cento giorni… cento giorni…

Due semplici parole che risuonano incessantemente nella testa degli studenti, quasi come il rullo martellante dei tamburi nel film “Jumanji”. Poche parole che hanno però il grande potere di preoccupare, angosciare e terrorizzare, in un climax ascendente di emozioni che avvolgono e lasciano immobili, spaesati. E non si esagera di certo affermando ciò, poiché il traguardo dei cento giorni all’esame segna di fatto un punto di non ritorno, che apre le porte ad un futuro molto spesso incerto, a dir la verità. E di nuovo ci si sente impreparati, perché l’oltrepassare tale soglia ci proietta subito con la mente al momento fatidico, quando, di fronte a quella commissione, dovremo dare il meglio di noi stessi.

È certamente la fine di un’era, e insieme ai sentimenti negativi riaffiorano tutti i ricordi di cinque anni meravigliosi (almeno per alcuni) e impossibili da descrivere per la loro intensità e bellezza, in cui, insieme a numerosi compagni di ventura, ormai divenuti fratelli e sorelle, quasi parti di noi stessi, abbiamo affrontato ostacoli, cavalcato venti favorevoli, lottato contro quelli contrari, cadendo e rimettendoci in piedi ogni volta: in una parola, siamo cresciuti, scoprendo cose che non ci aspettavamo sia sugli altri sia su noi stessi.

I cento giorni all’esame preannunciano e preparano ad una sfida, una delle più grandi mai affrontate. E anche se il cuore batte forte, le gambe tremano, e la gola si chiude come prima di una battaglia, è necessario essere fiduciosi. Fiduciosi nel fatto che, con un così grande esercito di persone, esperienze e ricordi alle spalle, questo scontro non può che concludersi con la nostra vittoria, affermando di fatto ciò che siamo diventati e preparandoci per quello che saremo.

L’attesa: un viaggio nel viaggio

La vita dell’uomo è un lungo cammino che ogni individuo sceglie di dividere in tappe e obiettivi; ma il raggiungimento di questi non è sempre così facile e immediato, ed è proprio così che subentra l’attesa.

Cos’è realmente l’attesa? Secondo il vocabolario per l’atto di attendere si intende semplicemente l’azione dell’aspettare ma per me l’attesa è molto di più: è un viaggio nel viaggio. Continua a leggere L’attesa: un viaggio nel viaggio

Up to YOU

Il V è un anno sospeso.

Già dall’estate del IV si inizia ad assaporare il clima universitario, si entra in contatto con il mondo Alpha Test e si naviga in internet nella speranza di avere l’ “illuminazione”, cercando un buon compromesso tra i propri interessi, prospettive di lavoro e, non nascondiamolo, una città “stimolante”.

Settembre è un’agonia. L’orologio della classe è fermo perché durante l’estate le pile si sono scaricate, e quello del tuo cellulare è presumibilmente ancora in ferie, dato che sembra sempre fermo sulla stessa ora. Continua a leggere Up to YOU

La scuola, un’utopia per camminare

Non ho il coraggio di dire che un altro anno scolastico sta per essere consegnato agli archivi e agli atti; non ho abbastanza faccia tosta per affermare che stiamo per entrare in una lunga estate di vacanze, di tranquilli pomeriggi senza ansie da interrogazione di latino o da compito di matematica del giorno dopo; un’estate per ricaricarsi e per dimenticare tanto di quanto già fatto e più o meno studiato, per recuperare eventuali lacune o carenze. Non lo dirò, vi dicevo, perché potrebbe apparire provocatorio per chi, tra meno di un mese, si troverà tra le mani le tracce dei temi della maturità e quelle con problemi e quesiti della temutissima seconda prova. State tranquilli, andrà tutto come al solito: i temi non rispetteranno in alcun modo le anticipazioni e le certezze scaturite dall’attenta lettura dei fondi di caffè saranno puntualmente smentite; non confidate troppo nelle voci di corridoio o nelle parole degli esperti, scongelati ogni anno alla vigilia degli esami e rimessi in soffitta con menzione di demerito fino all’anno successivo per aver completamente sbagliato ogni cosa possibile. Continua a leggere La scuola, un’utopia per camminare

Cinque giorni nella città dai mille volti: Berlino

Il cielo sopra berlino è terso e luminoso quando l’aereo inizia la fase di atterraggio in tardo pomeriggio. I miei compagni scherzarono ad alta voce, qualcuno protesta debolmente contro chi lo ha appena svegliato, ma viene immediatamente colto dall’euforia che lo accompagnerà per tutta la gita, la tanto attesa gita di quinto. Io mi sgranchisco le gambe, mi avvicino all’oblò e mi godo il paesaggio sottostante. Continua a leggere Cinque giorni nella città dai mille volti: Berlino

Una soluzione scomoda

E’ passato ormai un po’ di tempo da quando Matteo Renzi è divenuto Presidente del Consiglio, e molte sono state le questioni, definite urgenti, portate alla sua attenzione. Una di quelle più chiacchierate è stata senz’altro quella della depenalizzazione delle droghe leggere e conseguentemente l’abolizione della legge Fini-Giovanardi. Per chi non sapesse di cosa tratta, sinteticamente, si può dire che lo scopo di questa legge è quello di mettere allo stesso livello droghe leggere e droghe pesanti: ciò determina che le pene per possesso o produzione di queste due tipologie di sostanze stupefacenti siano uguali.

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Гомосексуализм

“L’omosessualità è il prodotto di decadenza delle classi sfruttatrici, che non hanno niente da fare ed in una società democratica fondata su sani principi, per tali persone non c’è posto.”.

Queste furono le parole pronunciate nel gennaio del 1936 dal Commissario del popolo per la giustizia, Nikolai Krylenko. E’ proprio da questa citazione che si può dedurre come sin da tempi non poi così recenti, l’omosessualità sia stata considerata come un reato o il simbolo di decadenza della borghesia. In particolare, in Russia la persecuzione dell’omosessualità ebbe inizio pochi anni dopo l’ascesa al potere di Stalin anche se il modo in cui veniva svolta venne alla luce solo alla sua caduta: gli omosessuali venivano condannati al carcere o ai lavori forzati in ambienti dove la temperatura invernale raggiungeva i quaranta gradi sotto zero e dove molti di loro trovarono la morte.

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Renzi, ma chi l’ha votato? Eppure il governo è legittimo.

Con l’incarico affidato a Matteo Renzi, dopo la caduta dell’ultimo Governo Berlusconi l’Italia è al terzo Governo affidato alla guida di un Primo ministro diverso da quello che sarebbe stato designato dagli elettori. Il primo incarico fu affidato a Mario Monti, un traghettatore chiamato a portare l’Italia fuori dal baratro (che poi ci sia riuscito o meno è oggetto di discussioniquotidiane). Continua a leggere Renzi, ma chi l’ha votato? Eppure il governo è legittimo.

Once upon a time in Praha…

Dovrei parlare del Viaggio, lo so. Le solite cose sul viaggio come metafora della vita, su come ogni partenza sia un ritorno, qualche citazione, e via…

No, non qui, non ora: mica è una maturità questa. Poi se hai voglia ti offro un caffè e ne parliamo, io e te. Sì, proprio te che leggi con quei begli occhioni scuri e le sopracciglia di chi si chiede cosa stia succedendo. Insomma, è tutto un’aspettativa, capisci? Mia, tua, del caporedattore e il diavolo sa di chi altro. Ma non è forse il sudore di un sogno antico, la fatica di un desiderio conosciuto, la pesantezza di un sospiro tutto nostro, che ci accompagna dai giorni del primo, che rende la gita del quinto così speciale? Ecco io t’insegno un solo uomo, la storia di un ragazzo, i suoi amici ed una città. Un mondo semplice, semplice da far male, semplice come le fiabe sanno essere. Perché Praga è stata una fiaba, l’unica che adesso conti raccontare davvero. Il resto è solo frase di cortesia, quei rumori che senti nei giardini di notte. Continua a leggere Once upon a time in Praha…

"Non basta guardare, occorre guardare con occhi che vogliono vedere, che credono in quello che vedono." G.Galilei